Il Piacere di Stupirsi di Pietro La Barbera, 2005

Il Piacere di Stupirsi di Pietro La Barbera, 2005

La poesia è vista dall’uomo della strada come l’attività di un letterato eccellente, esteta sopraffino, che usa una lingua sapiente per esprimere concetti mirabili che rimarranno poi nella storia delle lettere come il fior fiore dell’eccellenza dell’epoca. Il Poeta è il Vate che parla ispirato dalle Muse. È un essere che passa tra le miserie della vita con una marcia in più, e quasi non si sporca la suola delle scarpe col fango della terra. Egli è, com’è stato definito, il principe degli scrittori. È colui che non solo supera con la forza del suo genio la comune condizione umana, raggiungendo una fama di grandezza che vince di mille secoli il silenzio, ma può, come un onnipotente Giove, dispensare immortalità a coloro che si degna di nominare nei suoi versi. Il poeta non è un perdigiorno dedito a contare le nuvole mosse dal vento, né un irresponsabile sognatore che si rifugia in un mondo fantastico disertando la vita che chiamiamo reale; anzi al contrario, è una persona normale che parla dell’uomo e della sua miseria senza distrarsi con favole e altre simili sciocchezzuole. Ma prima ancora, è uno che non ha dimenticato l’arte di stupirsi. Che sa ancora vedere il mondo come fanno i bambini che lo vedono per la prima volta. Essere poeta vuol dire avere una mente che sa commuoversi davanti allo spettacolo della miserevole condizione dell’uomo e sa poi rielaborare questo suo vissuto interiore in modo tale da renderlo accessibile agli altri mediante lo strumento linguistico, e trasmettere loro il contagio. Ma è gente che soffre. E, come tale, si trova in una posizione privilegiata di osservazione sulla condizione umana.

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