Intervista a Ludovico Enaudi

Qual è stato il suo primo approccio al pianoforte?
Mia madre suonava il piano, così io ho cominciato da bambino. Se ripenso ai miei primi studi, devo confessare che l’approccio iniziale con lo strumento non è stato molto gratificante: avevo un maestro che forzava sempre la mia natura e non era mai contento di ciò che facevo. Nell’accostarsi a uno strumento musicale, bisogna seguire le proprie inclinazioni: è necessaria una base tecnica comune, ma il buon maestro è quello che promuove la natura specifica di ogni allievo.

Lei come scoprì la propria natura più autentica?
Sin dall’inizio, io non ho mai desiderato di fare l’interprete di musica classica; la mia scelta nella musica si orientò piuttosto verso l’aspetto creativo, e con questo obiettivo poi studiai composizione. Però mi resi anche conto che la composizione da sola non mi bastava: il solo lato teorico-intellettuale mi faceva sentir limitato; a me piaceva il lato concreto, il “fare musica”. Così, a un certo punto cominciai a scrivere musica per piano e a eseguirla personalmente. Fu un esperimento dettato da un’urgenza espressiva, non sapevo se avrebbe avuto risonanza: di certo, non mi sarei mai immaginato di trovarmi, quindici anni più tardi, nei teatri più importanti del mondo… Guardandomi indietro, per alcuni versi posso dire che la mia dimensione l’ho trovata dis-imparando ciò che mi avevano insegnato in passato. Oggi al piano non so suonare “tutto”, e non mi interessa saper suonare tutto; ma ciò che suono lo faccio al meglio: è la mia firma, la mia musica.

Durante la scrittura di un brano, come vive il rapporto tra tradizione e innovazione?
Come un equilibrio difficile da raggiungere. Nell’utilizzare l’armonia e la melodia si presuppone sempre una tradizione; è stata scritta una tale quantità di musica che, comunque ci si muova, si finisce per toccare le relazioni storiche: diventa quasi un gioco che si intrattiene con la memoria del passato. Spesso avverto un conflitto interiore, come un dialogo interno alla creazione tra un moto naturale espressivo e un aspetto critico: quest’ultimo è anche necessario, ma non deve sottomettere il primo, altrimenti la musica non scaturisce più in modo spontaneo.

Quali sono i compositori che sente affini e che ascolta?
Potrei ricordare Arvo Pärt o il tedesco Max Richter, che è davvero interessante. Un album che recentemente mi ha colpito, anche per l’analogia con il titolo del mio “Nightbook”, è “Night Song” di un autore norvegese. Per quanto riguarda il minimalismo americano, non è frequente che lo ascolti. Philip Glass ha talmente investigato il proprio mondo sonoro che è difficile che mi sorprenda ancora; con l’eccezione delle colonne sonore: negli ultimi anni, ho apprezzato molto quella che ha composto per “Sogni e delitti” di Woody Allen.

Qual è la svolta più significativa nell’era di internet e youtube?
In passato come oggi, il mezzo ha sempre influenzato la musica. Negli ultimi anni si tendono a smembrare gli album e siamo tornati ad un’epoca di brani singoli. Il che non è affatto un male: mentre nell’era del cd spesso si inserivano tracce soltanto per riempire lo spazio del formato-album, negli anni del singolo c’erano capolavori in tempi ridotti. Oggi, la forma dei 3-5-6 minuti è ancora una cornice entro cui si possono dire molte cose.

In conclusione, ci sono nuovi progetti in cantiere?
Sto lavorando ad alcuni brani che ho scritto, ma sono ancora nella fase di raccolta; quando preparo un nuovo progetto non sempre ho sin dall’inizio un’idea precisa di ciò che diventerà, ma lo scopro strada facendo. In ogni caso, conto di registrare un nuovo lavoro nell’arco di un anno. C’è poi un desiderio che coltivo già da un po’: vorrei realizzare un progetto didattico, rivolto alle nuove generazioni di giovani che si approcciano al pianoforte.

 

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