Intervista ad ALESSANDRO BENVENUTI

Nel 1972 ha fondato con Athina Cenci il mitico gruppo dei Giancattivi. Da allora si è diviso tra cinema e teatro, tra il mestiere di attore e quello di regista. Qual è il ruolo che le calza maggiormente? Mi piace lavorare con gente brava e allora a quel punto è piacevolissimo fare l’uno e l’altro non c’è una cosa che mi piaccia di più, sono due cose che, se fatte bene, mi danno una eguale soddisfazione.

Quali sono le esperienze teatrali e cinematografiche a cui è più legato? Uno dei film che ricordo con maggior piacere e nel contempo struggimento è Ivo il tardivo. Un film che mi ha dato tantissimo anche a livello umano perché ho incontrato una terra, la Val d’Arno, delle persone e un gruppo di attori-amici assolutamente solidali con me. Tutto questo ha creato una situazione abbastanza irripetibile per magia e vita vissuta. L’ho amato e  continuo ad amarlo di più anche perché in “Ivo il Tardivo” ho interpretato un personaggio lontanissimo da me, quasi fosse un’altra cosa. Comunque tutti i film che ho fatto li ricordo con molto piacere perché ho sempre lavorato per fortuna  – salvo che una volta con Montesano – con persone molto intelligenti e tranquille. Mi è successo una volta sola di avere a che fare con una persona che aveva dei problemi che hanno condizionato in senso negativo l’esito del film. Per il resto sono stato molto fortunato. Quanto al teatro – che resta il mio primo e forse più grande amore – ho fatto e sto facendo tuttora delle magnifiche esperienze. Alcune delle cose che ho fatto sono già lavori che per mia fortuna sono riconosciuti per importanti a livello nazionale a cominciare da “Benvenuti in casa Gori” e che è diventato praticamente un piccolo cult, un testo quasi “classico”.

I media spingono i giovani a fare i ballerini, i cantanti, gli attori di cinema. Si, a diventare dei disgraziati. Perché l’esempio offerto dalla tv è quello di quattro nullafacenti che stanno sdraiati sui divani a chiacchierare di nulla dalla mattina alla sera e poi vengono pagati per andare a farsi vedere dal vivo nelle discoteche. La televisione sta creando dei futuri ex famosi che diventeranno dei disgraziati senza limiti perché tutto quello che sta succedendo non ha senso. E’ il vuoto assoluto dei valori. Bisognerebbe invece dire onestamente che bisogna studiare per fare spettacolo. Il nostro settore, quello artistico, è diventato il refugium peccatorum di tutti quelli che non hanno voglia di lavorare e in questa maniera diventeranno attori delle persone che non hanno in mano il mestiere. E tutti quelli che hanno studiato, speso dei soldi e sacrificato una parte della loro vita per imparare a fare questo mestiere verranno cacciati perché non son stupidi o banali come quelli che lo fanno in televisione. E’ orribile.

Il teatro – in tutto questo – è un’arte piuttosto bistrattata. Perché? Certo, perchè in teatro recita chiunque. Il teatro dovrebbe invece dare lavoro a chi studia per essere un attore e non a chi lo fa casualmente e non sa neanche portare la voce alla quarta fila perché è abituato al microfonino.

Quali sono a suo avviso i problemi del teatro italiano dunque e quanta considerazione c’è da parte della politica per le sue sorti? C’è scarsa attenzione da parte degli organi dello stato, regionali, provinciali e comunali. Quest’anno i fondi del teatro sono stati tagliati da far paura. E’ vero che siamo in crisi ma è anche vero che come bisogna riempire la pancia di cibo c’è anche bisogno di riempire la testa di idee. Sono organi – pancia e cervello – egualmente importanti per cui una nazione che fosse civile capirebbe quant’è importante che i propri cittadini mangino e pensino bene, non mangino e basta.

 

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